1° Febbraio 2009

Sei anni fa.

Califano era ancora vivo, Simona Ventura conduceva l’Isola dei Famosi e nessuno avrebbe mai sospettato che di lì a poco la gente si sarebbe tolta la vita perché non più in grado di pagare i propri dipendenti o fornitori.

E passando dal santo al profano, sempre sei anni fa, io mi trastullavo con una zucchina perché dovevo risolvere quel piccolo problemino anatomico che mi rendeva alquanto complicato fare sesso con lo stronzo.

Portai lo zucchino in cucina, che per l’occasione ribattezzai Giorgio, lo lavai accuratamente, ci ficcai sopra un profilattico da 99 centesimi chiamato Piacere Protetto e mi accomodai nelle mie stanze.

“Ok, piano e con calma, non c’è nessuna fretta”

Non vi sto nemmeno a dire come mi sentissi: mi veniva da ridere e piangere insieme, ci mancava solo “Salirò” di Daniele Silvestri in sottofondo.

1, 2, 3…CAZZOCHEMMALE.

Forse stavo sbagliando approccio.

Provai infilandolo di lato:

destr, sinistr, destr, sinistr…NO.

Mi stava sfuggendo qualcosa.

Tornai in cucina e arraffai dalla credenza la bottiglia d’olio Molini, mi serviva un po’ d’aiuto.

Preferirei non scendere troppo nei dettagli, ma sta di fatto che con il metodo del pinzimonio alla fine riuscii nella mia impresa: lo stramaledetto zucchino entrò. Ero talmente fiera di me che per un momento presi in considerazione l’idea di appendere al terrazzo le lenzuola come si faceva il secolo scorso dopo la prima notte di nozze!

A ripensarci col senno di poi, credo che tutta questa storia rasenti i limiti dello psicotico. Una ragazza normale probabilmente avrebbe risolto tutto direttamente con il proprio uomo, parlandogli della sua inesperienza, chiedendogli “gentilezza” e bla bla bla.

Io ho sempre voluto fare “la figa”, quella stra sul pezzo che ha già visto e fatto tutto e che non necessita d’aiuto.

Sempre quella sera, con quel genere di coraggio di chi ordina l’anatra in un ristorante cinese, decisi di scrivere un SMS allo stronzo. Non si era ancora fatto sentire e cominciavo a sentire quella sensazione alla bocca dello stomaco tipica di chi sa che sta per essere scaricata senza nemmeno ricevuta di ritorno.

Serviva un messaggio bomba.

” Sicuro di non aver lasciato niente in sospeso?”

Così, cotta e mangiata.

Mi accesi una sigaretta e aspettai.

Dopo dieci minuti ancora niente, silenzio dei tartari…la sensazione era già diventata terrore puro.

Per ammazzare il tempo presi quel povero zucchino, lo buttai nell’immondizia e comincia a ripulire la scena da CSI fatta di olio, asciugamano, ortaggi e profilattici. Ero già pronta a farmi venire una crisi “Mangio Tutto Quello Che Ho In Casa” quando il telefono finalmente vibrò.

1 Nuovo Messaggio:

Stronzo: “Sicura di non voler lasciare le cose così come stanno?”

Charlie: “veramente le cose così non stanno in nessun modo…”

Stronzo: “rilassati”

“rilassa(mi)”

“vedrò cosa posso fare a riguardo. Ti chiamo Io.”

Stronzo maledetto.

…fateli trifolare con un filo d’olio e uno spicchio d’aglio

E’ brutto scrivere questo post perchè ho come la sensazione di avervi tradito. 

Vi devo – perlomeno – un aggiornamento molto più che rapido su quanto mi è accaduto: mi sono nuovamente ammalata. Della mia malattia parleremo più avanti, se ci andrà, perchè di certo questo non è un blog in cui raduno casi umani per far consolare un altro caso umano (che sarei io). Per ora siamo un gruppo modesto, ma tutto sommato niente male e di certo poco propenso alle letture penose!

Veniamo a noi. Quella notte mi ero coricata molto tardi e mi ero risvegliata, come da tradizione, nel pomeriggio inoltrato. L’unica cosa che riuscivo a fare era rivivere in moviola tutto l’accaduto della sera precedente; le mie goffe movenze, le sue mani sui miei fianchi troppo abbondanti al tatto, il rapporto sessuale assente a causa di un mio problema.

Pensare oggi alla verginità come un problema, lo trovo quantomeno divertente, ma credetemi che mi sentivo più che sbagliata, mi sentivo una sfigata.

Dopo essere rimbalzata dal letto al divano, dal divano al bagno, dal bagno alla cucina, decisi di uscire e andare al supermercato. Se non ero in grado di tenermi un uomo scopando, sarei sicuramente stata in grado di tenermi su di morale con una scatola di merendine.

“ciao bella! Fai la spesa?” – l’omino Coop del reparto freschi.

“no, sono qui per scoprire il vaccino contro l’AIDS!” – recuperai quella pistolata di sarcasmo con un sorriso da boyscout. Non è mai stato il mio forte tenermi a bada, soprattutto con tutte quelle figure professionali che per antonomasia non dovrebbero interagire con te, ma chissà per quale motivo, ti vengono ugualmente a parlare.

Nonostante questo, il mio tragitto nel reparto orto frutticolo fu illuminante al pari della mela caduta sopra la testa di Newton! A fianco alle melanzane, nord est dei fagiolini baby e a sud dei cavolini di Bruxelles, c’era una magnifica esposizione di “zucchine verdi italiane”.

Non avete ancora capito la malattia del mio pensiero?

Allora ve lo spiego meglio: perchè rischiare – ammesso che vi sarebbe stato – un altro incontro sessuale perdente, quando avrei potuto ovviare al problema trovando un quanto più realistico sosia del mio partner? 

D’altro canto sono cresciuta con l’idea che l’esperimento fosse alla base di ogni qualunque buona scoperta scientifica: formula l’ipotesi, ricrea le condizioni ambientali simili e verifica la tua ipotesi.

Tradotto in Charliniano, sospetta di avere la vagina troppo stretta, acquista uno zucchino verde italiano delle medesime dimensioni di Davide e verifica se davvero è un problema anatomico.

Mollai il pacchetto di Girelle e presi il zucchino da 61 centesimi.

Qualunque dietologo sarebbe stato fiero di me, qualunque psichiatra un po’ meno.

 

Svitol, lubrificante per metalli e tubature!

Perdonate l’assenza.
Eravamo rimasti a quando Davide mi lasciò sull’uscio di casa, eccitata e perplessa.
Gli incontri passarono da uno a cinque, sempre dinamiche simili, sempre senza arrivare al dunque.
La sesta sera lo volevo più che mai.
Ciò che però curiosamente accade quando si aspetta del tempo per far sesso con qualcuno, è che la voglia lascia spazio all’ansia, l’ansia più nera.
Quello che si sarebbe fatto a cuor leggero prima, diventa oggetto di preoccupazioni e senso di inadeguatezza dopo, caricato da un macigno di aspettative e una spolverata di imbarazzo.
Per farla breve, la cosiddetta “ansia da prestazione”.
Immaginate quanta ne potessi avere io, vergine e a disagio dentro il mio corpo!
Quella sera ero decisa a liberarmi da quel fardello, spogliarmi da paure, mutande e imene:
Per prima cosa feci in modo di ubriacarmi.
L’idea era di essere più sciolta, il risultato fu che camminavo sui tacchi verso casa, come un T-Rex.
Arrivati a casa, ci fu un rotolamento generale verso la camera da letto, di quelli in cui rimbalzi sui muri, le teste che sbattono contro l’intonaco e le labbra che non si sa bene dove stiano baciando, una guerra, l’uno verso la sessualità dell’altro!
Arrivati sul letto, mi spogliò senza troppi complimenti.
Nonostante lo stordimento da vino, sentivo la pressione del suo sguardo su ogni centimetro del corpo.
Io non so quanti di voi facciano sesso a disagio con loro stessi, ma la sensazione che si prova è quella di incubazione totale dentro il proprio io. Muore qualunque tipo di passione e trasporto verso l’altro e si viene risucchiati dentro il proprio limbo di paura, fuori dal quale ci sono solo che specchi, specchi che ti rimandano ancora una volta l’immagine di te, di quel corpo che non vuoi, di quelle forme che non ti appartengono.
Ma torniamo alla storia.
Con quel po’ di coraggio che avevo, provai a prendere la situazione in mano e a salire sopra di lui; pensiero di quel momento?
“Ormai che sono in ballo, balliamo.”
Presi le misure come quando si mira con la carabina dei Lunapark e LENTAMENTE tentai di spingere il corpo verso il basso.
Niente.
Ripresi la mira, posizionai e mi abbassai, questa volta con più decisione:
Niente. Un’altra volta.
Ok, adesso ero entrata nel panico.
Credo che lui nemmeno stesse capendo cosa diavolo stava succedendo dalle parti basse, primo perché mi aveva lasciato alla direzione dei lavori, secondo perché non sapeva che ero alla prima esperienza.
Terzo tentativo: spingo più forte.
Ancora una volta, il pisello non entra.
Quello che accadde dopo fu una serie di mie scuse, gesti e borbottii vari che si conclusero con lui che va a casa e io che rimango lì, mortificata, nuda e mezza ubriaca.
Ne ero certa, non l’avrei rivisto mai più.

Bodona

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Questa è una bodona, un tipo di lampada caratterizzata da quella particolare infossatura al centro.
Quando ero poco più che una bambina, “bodona” era il termine con cui si appellava una cicciona. Un pomeriggio stavo giocando insieme al mio migliore amico dell’epoca, Matteo. Un rapporto al 100% infantile, dove si pensava realmente solo a giocare. Quel pomeriggio ricordo che stavamo nel cortile in pietra ritagliato tra le case dei nostri genitori, a giocare a pallacanestro. Non so come, ma finimmo per prenderci in giro con il gioco del pappagallo, irritante passatempo in cui uno ripeteva le frasi dette dall’altro senza che la conversazione potesse andare avanti. Ero piuttosto brava in quel genere di giochi, perché mi veniva naturale imitare, modulare perfettamente la voce e colpire nei punti deboli del mio avversario. Quando ormai Matteo era stato completamente vinto in questo duello immaginario, sfoderò un colpo sotto la cintura e mi disse:
“Finiscila bodona schifosa.”
Smisi immediatamente di giocare e non riuscii mai a ripetere quelle parole, che mi bloccarono come un colpo dritto al petto. Me ne andai a casa e per quella sera evitai di mangiare. Il giorno dopo tornammo a giocare come sempre, lontani dal pappagallo, dal cortile in pietra e dalle bodone, ma uno dei primi piccoli, cristallini pezzi di cuore era già stato rotto a 10 anni. Oggi me lo ricordo ancora come se fosse ieri.
Buona notte,
Charlie

Tu mi fai girar, tu mi fai girar come fossi una bambola

Quando uscimmo per la prima volta indossavo una camicia bianca di H&M piuttosto brutta, un paio di pantaloni neri talmente stretti da non riuscire a piegare le ginocchia e un trench beige.
Ero nel pieno del mio periodo “guarda che di fashion ne so un casino” e tendevo ad essere eccessiva in tutto:
Capelli, accessori, trucco, piercing.

Ah, giusto. Avevo un vistosissimo piercing al naso, di quelli che si fanno ai buoi per portarli in giro per la fattoria.

Poco male, ce l’aveva anche lui, solo più grosso.

Quella sera lo trovai estremamente piacevole e anche timido.
Mi aveva portato in una vineria poco nota, quel genere di posti in cui ci sente subito a casa, le pesanti panche odorano di vino e in cui si tende a fare sconcerie con le mani da sotto i pesanti tavolini in legno massello.
“Insomma, ti sei presa una bella sbronza venerdì!”
-Mi disse sogghignando da dietro un bicchiere di Porto-
“Insomma, sì dai…eri in forma!”
In quel momento si rese conto della mia espressione imbarazzata e avvicinò la mano alla mia guancia per darmi una scherzosa carezza di supporto.
“Non sono stata esattamente il ritratto di una signora”
Mi resi conto che ero arrossita nel pronunciare quella frase. Non perché mi interessasse la figuraccia fatta, ma perché quel primo contatto isolato della sua mano sulla mia guancia, mi aveva fatto trasalire. Aveva le mani estremamente ruvide e grandi. Qualunque cosa facesse di mestiere, era chiaro che non si trattava di un lavoro di scrivania.
Tentai subito di riprendermi facendo qualche domanda:
“Dunque, che fai nella vita straniero?”
Trasalì nuovamente.
Nonostante mi avesse appena risposto con tono amabile:
“Lavoro come meccanico dal lunedì al venerdì e nel weekend mi trasformo in un aspirante pilota di motocross…patetico, non trovi?” -in realtà la sua mano non si era mai allontanata da me, anzi, era scesa fin sotto il ginocchio destro, percorrendo lentamente tutto il corpo.
Ero imbarazzata e anche un po’ offesa, ma mi piaceva.
Mi piaceva quel suo finto atteggiamento da timido per cui non era in grado di sostenere uno sguardo e contemporaneamente ti sfiorava il seno alla prima uscita, mi piaceva la sfacciataggine, quelle mani ruvide e gli occhi verde oliva.

La serata continuò per qualche altra mezz’ora, fino a ritrovarci davanti al portone di casa mia.
Lì si avvicinò lentamente, mi diede un veloce bacio che appena mi pizzicò le labbra e poi si allontanò nuovamente.
Mi guardava negli occhi con il solito sorriso che aveva sfoderato per tutta la sera, abbassò un po’ il capo e mi disse solo:
“Posso, non è vero?”
Poteva cosa? Andarsene, baciarmi, scoparmi davanti al portone? Poteva tutto.
Dissi solo

“sì”.
Sorrise nuovamente, diede un’occhiata veloce alle sue spalle e poi si lanciò quasi violentemente su di me.
Le sue mani mi presero da dietro nel giro di un paio di secondi, senza darmi il tempo di capire cosa stesse accadendo, senza darmi il tempo di capire che ero già completamente zuppa.
Ero grande, bruttina, vergine e bagnata, non capivo cosa stesse accadendo se non che lo volevo.
In casa, nel letto, mi sarei fatta fare qualunque cosa.
Ma la mossa successiva la fece lui: si staccò improvvisamente ridacchiando, mi sistemò la spallina del reggiseno da sotto la camicia e mi disse:
“Dai, ora è meglio che vada. Ci sentiamo stella.”
Mi lasciò lì, eccitata e rifiutata.
Non ebbi nemmeno il tempo di ribattere qualcosa che se n’era già andato.
Entrai in casa a masturbarmi.
Un bacio,
Charlie

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Negroni, favori e Davide

Io e lo Stronzo ci conoscemmo in circostanze tutt’altro che felici. Erano nemmeno un paio di mesi che vivevo a Genova e quella sera decisi di andare in un locale, l’Orfeo, perché metteva la musica un tale Alessandro Micheli che mi volevo fare da circa un quinquennio.
Chiamai la mia migliore amica e -dopo esserci truccate come due bagascioni da sbarco- belle cariche, ci dirigemmo sul posto.
Vi taglio corto la parte successiva:
Mi ubriaco di negroni, do un pugno in faccia al mio sogno erotico, la mia amica sparisce con un forestiero e io mi chiudo a chiave nel bagno senza riuscire più ad uscire fuori.
Lo Stronzo fu l’unico a sentirmi al di là della porta in formica del gabinetto e, dopo un paio di spallate, ad aprire e raccogliermi da terra.
Mi raccontò in seguito che alla sua vista esclamai:
“Tuto queshto casino mi sembra un po’ eccesshivo, guada che ushivo da solah!”

Lo Stronzo mi portò dal bar e mi fece versare un bicchiere d’acqua. Dopo avermi costretto a berlo, mi aiutò a ritrovare la mia amica e ci accompagnò lui a casa.
L’unica cosa che volle in cambio fu il mio numero di telefono; glielo diede la mia amica perché io mi ero addormentata in macchina con la faccia spappolata sul finestrino.

Tre giorni dopo mi telefonò, esattamente quando già mi ero dimenticata chi fosse:
“Ciao!”
“Ciao…chi sei?” -risposi
“Ah. Si, sono Davide. Quello dell’altra sera…”
“…”- il vuoto totale
“quello che ti ha liberato dal cesso, così magari ti viene in mente meglio”
“Ah. Hahahah” – quella risata finta era il meglio che potessi fare per nascondere l’imbarazzo: perché dovevo sempre fare quelle figure di merda!
“Davide! Sì certo…dimmi!”
“Te la faccio breve: quando posso passarti a prendere? Dove abiti lo so già.”

Lo sapeva per davvero e per i successivi 4 anni non si dimenticò mai la via.

La sera dopo, come da copione, ci vedemmo. Finora vi è stato quasi simpatico, vero? Anch’io lo pensavo. Anzi, forse mi sembrava fin troppo facile spuntarla con uno così buono…ormai ne parliamo domani però.
Sta per arrivare il mio fidanzato e non sa niente di tutto questo, di quando mi innamorai e di quando regalai tutto ciò che potevo dare ad un uomo, ottenendo in cambio solo perversione e un paio di vibratori.
Un bacio,
Charlie

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Lo stronzo che conosceva il quadrato di binomio

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Giuro di non riuscire a capire. Ma proprio non ce la faccio, per me è inconcepibile come un genere umano in grado di andare sulla luna, possa ritenere possibile che basti fare avanti e indietro con un pene per far venire una donna.

Badate, non sono una di quelle femministe moderne per cui una trombata deve necessariamente essere condita con preliminari a go-go. Tutt’altro! So apprezzare le gioie di una sana sveltina, improvvisata, con le gambe intrappolate dagli slip legati alle caviglie e i capelli che si inzuppano di saliva. Anzi, è fantastico.

Nella maggior parte dei casi, però, il sesso non s’improvvisa. Come tutte le arti richiede un periodo accademico fatto di studio e teoria, questa è la verità. Cristo santo, la penetrazione rende un comune orgasmo ESPLOSIVO. E’ la bomba dell’orgasmo, l’oliva nel Martini, ma non è l’orgasmo e non è il Martini!

Tutti concentrati ad andare sempre più a fondo, sempre più in profondità, quando la Mecca è lì, immobile, assolutamente trascurata dopo una decina di frettolosi minuti di sesso orale: clitoride.

Ve le taglierei quelle mani, quando ve ne state immobili senza toccare, coccolare, giocare con quel diavolo di clitoride.

La prima volta che trovai qualcuno in grado di capire il binomio clitoride-penetrazione avevo già ventitré anni, mi ero da poco trasferita a Genova per studiare e stavo giusto appunto per innamorarmi dello stronzo.

A domani,

Charlie